Chi ha paura di chi?
Ho appena finito di leggere l’intervento dell’amico Ernesto sulla recente sentenza del Tar che stabilisce, per l’insegnamento della religione Cattolica, la non legittimità a concorrere all’attribuzione dei crediti formativi per la maturità. Dopo aver letto il post, di segno opposto, di Michela volevo calarmi nella parte dell’avvocato dell’angelo, e cercare, tra le argomentazioni contro la sentenza qualcuna che cogliesse nel segno.
I risultati sono stati piuttosto scarsi però, anzi dopo l’ennesimo giro di letture sul web mi paiono sempre più evidenti le incongruenze che le argomentazioni contro la sentenza sollevano. Lasciando da parte gli interventi scomposti dei soliti politici, e prendendo per buone le osservazioni di Dalla Torre, o del ministro Gelmini, credo bisognerebbe partire da alcuni dati di fatto:
L’insegnamento della religione è un insegnamento confessionale. Non si insegna la storia delle religioni, non si insegnano le culture religiose delle varie confessioni (fosse anche “solo” di quelle europee), non si insegna il contributo storico della religione cattolica alla formazione della società. Si “insegna” la religione cattolica.
Cosa vuol dire insegnare una religione? Si può imparare una religione? Ma soprattutto, come nota il TAR nelle motivazioni della sua sentenza: in quale modo dovrebbe essere valutato il rendimento scolastico di un alunno che ha frequentato l’ora di religione?
Tra i tanti che gridano al laicismo, nessuno infatti pare ricordare come già ora l’insegnamento della religione non concorra (per legge) all’assegnazione dei voti a fine anno, e che la valutazione per gli alunni che frequentano l’ora di religione è staccata (anche fisicamente, nella pagella) dagli altri voti e non espressa in decimi. E questo per un principio direi abbastanza condivisibile: essendo quello della religione un elemento fortemente attinente alla sfera profonda dell’uomo, legare la valutazione alla maggiore o minor fede (o alla totale assenza di fede) di qualcuno, comporterebbe automaticamente una discriminazione. La scuola infatti non può e non deve certificare se e quanto credo.
Cosa c’è da temere, osserva bene Ernesto, da un’offerta formativa in più? Nulla direi, il problema a questo punto diventa capire perché quello che è garantito agli alunni di religione cattolica non debba essere garantito per quelli di religione islamica, per gli ebrei, o per i valdesi. Per loro la religione è meno importante? O la scuola italiana pensa solo alla maggioranza?
E se infine, come vanno stranamente proclamando in tanti, si tratta di un insegnamento di tipo storico-culturale, perché l’idoneità degli insegnanti è legata al parere del Vescovo territorialmente competente e può essere da lui revocata? Perché ad insegnare il “patrimonio culturale e storico delle religioni” deve essere un laureato in teologia (cattolica) e non un laureato in storia o filosofia?
Chi ha paura di chi?
Tags: religione, sentenza, tar
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