«I’ll play it first and tell you what it is afterwards.» (Miles Davis)

Henry-Lévy, il vaso, la pipì e la mira scarsa

Bernard Henry-Lévy ha studiato alla Ecole Normale Supérieure di Parigi, è filosofo e giornalista di una certa cultura, ha sposato battaglie nobili, come quella a favore degli studenti iraniani, eppure questo non gli ha impedito di infilare ieri sulle colonne del Corriere una serie di schifezze a difesa di Roman Polanski che la metà basterebbero a prenderlo a calci nel sedere.

Polanski, è bene ricordarlo, nel 1977 portò a casa di Jack Nicholson una ragazza allora tredicenne, alla quale aveva promesso una carriera da modella. Una volta lì la drogò e abusò di lei (in maniera tutt’altro che delicata). Tentò il patteggiamento, poi fuggì in Europa e non si fece più vivo negli Stati Uniti.
Stupratore e latitante, riassumendo.

Viene difficile anche solo pensarla la difesa di una persona con questo curriculum, ma evidentemente così non è per Henry-Lévy. Per lui infatti la richiesta di estradizione avanzata dai giudici americani non è un atto di giustizia, e di questo potete tranquillamente convincervi leggendo queste inattaccabili motivazioni:

Le cose col loro nome: “relazione sessuale illegale”

La «relazione sessuale illegale» — di cui Roman Polanski si è riconosciuto colpevole trentadue anni fa — non è il crimine contro l’umanità che da dieci giorni denunciano i vendicatori lanciati alle sue calcagna. È un crimine, sì. Ma ci sono gradini sulla scala del crimine.

Se ne deduce che da alcuni “gradini” si possa tranquillamente saltar via senza passare dalla galera, che sarà mai: è solo uno stupro. Pardon, una “relazione sessuale illegale”.

Senso, logica, perdono e colpa

Questa vicenda è tanto più insensata in quanto la principale interessata ha scelto di perdonare, di voltare pagina e, se possibile, di dimenticare.

Urge ripasso sulla differenza fra il concetto di perdono e quello di giustizia, che dovrebbero andare a braccetto. Per Henry-Lévi invece perdono e colpa fanno scopa e si annullano, voilà. Che ce vo’?

Fatti una domanda, datti una risposta

Quando la vittima si ritira, non spetta alla società, cioè al giudice, agire in giustizia? Probabilmente sì. Da uno stretto punto di vista giudiziario, è in effetti un diritto della società. Ma non sarà né la prima né l’ultima volta che lo stretto punto di vista giudiziario verrà meno sia alle esigenze della compassione sia a quelle dell’intelligenza.

Qualcuno è in grado di spiegarmi il succo?

E comunque gli ipocriti siete voi, signori giustizieri:

Alla base di questa storia c’è il profumo di giustizia popolare che si spande tutt’intorno e trasforma commentatori, blogger e cittadini in altrettanti giudici sottomessi al grande tribunale dell’Opinione pubblica: gli uni soppesano il crimine; gli altri il castigo. Delle due l’una, signori giustizieri. O Polanski era il mostro che voi dite, e allora non bisognava dargli premi Oscar o premi César; bisognava boicottare i suoi film e denunciarlo alle autorità ogni volta che, con la famiglia, andava a trascorrere le vacanze nella sua casa in Svizzera.

E allora te lo vorrei dire, Bernard: magari ti sfugge che un uomo nella sua vita può essere autore di cose stupende e meschino nella stessa misura nell’arco della sua esistenza. Le due cose comunque non si annullano a vicenda e giustizia vorrebbe che ognuno pagasse per i crimini commessi. Il giochino del tutto-santo o tutto-diavolo serve solo a quelli che hanno da difendere gli indifendibili.

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2 Comments

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mi sento in parte colpevole della lunghezza di questo post :(

ihih :S

Comment by adedip on October 8, 2009 6:42 am


E fai bene :D

Comment by Maurizio on October 9, 2009 12:36 am

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